L’educazione del cocker spaniel inglese

La socializzazione nel cane ha inizio nel cucciolo già stando a contatto con la madre e con i suoi simili, apprendendo così le prime basi del galateo canino, e poi continua stando a contatto con la sua famiglia adottiva umana, che dovrà continuare il processo educativo.

Ma che cosa significa educare un cane? Educazione e addestramento sono sinonimi?

La differenza tra educazione e addestramento.
Oggi, rispetto a venti anni fa, il termine addestramento o ammaestramento ha assunto una connotazione peggiorativa: fa pensare ai domatori dei circhi, con una frusta in una mano e un cerchio dall’altra. Ma l’addestramento è un’altra cosa e si compie in relazione ed in associazione con quella che viene definita “l’educazione”.
L’educazione per il cane è l’insieme dei meccanismi di acquisizione indispensabili all’adozione di un comportamento tipicamente canino una volta diventato adulto.
Il cane però è anche una “creazione”dell’uomo e deve quindi essere capace di integrarsi in un mondo umano capendolo nel miglior modo possibile, senza tuttavia che gli si debba affidare una funzione particolare: si tratta semplicemente  di permettergli di interpretare tutto ciò che avviene e di controllare le sue reazioni in modo da non farsi rifiutare. Questa definizione di educazione è analoga a quella riferita ai bambini.
L’addestramento invece consiste nel fare acquisire al cane alcune capacità che per lui non hanno alcun significato visto che in un mondo canino non servono, ma si rivelano utili nella convivenza con l’uomo. Parliamo quindi di un addestramento basilare, che consiste nell’insegnare al cane a tornare al richiamo, a sedersi e a sdraiarsi, ma può diventare più specifico per i cani da caccia, i cani guida o quelli utilizzati per la ricerca degli esplosivi.
Per continuare con l’analogia si potrebbe dire che l’addestramento corrisponde alla parte più intellettuale degli studi di un individuo e in seguito, della vita professionale. Si tratta quindi dell’acquisizione di ciò che non è indispensabile alla sopravvivenza in un ambiente “naturale”.

Dominanza?
Scooter, un cucciolo di Golden Retriever, è stato soppresso all’età di sedici settimane per una errata diagnosi di “aggressività da dominanza”  da parte degli addestratori che lo seguivano. Ma Scooter era un cucciolo normalissimo; come tutti i Retriever lui era ossessionato dagli oggetti. Quando arrivò nella sua nuova casa, Scooter andava trotterellando per tutti gli ambienti tenendo in bocca qualsiasi oggetto riuscisse a trovare. I proprietario lo iscrissero ad un corso per cuccioli e chiesero agli addestratori cosa fare per arginare la sua tendenza a rubare gli oggetti.
Il consiglio degli addestratori fu di “agire come se fossero in un branco di lupi”. Il cucciolo andava afferrato per la collottola e poi bisognava accostare il viso al suo muso per poi gridare “No!”con voce minacciosa. Tutto questo con l’intento di fare capire al cucciolo chi è dominante, chi comanda e che quindi non avrebbe dovuto rubare gli oggetti.
I proprietari, sebbene sconfortati applicarono questo metodo. Nella fase iniziale il cucciolo appariva confuso e spaventato: tenendo il giocattolo in bocca sussultava quando la padrona  lo prendeva per la collottola e lo scrollava urlandogli “No!” in faccia. Ma Scooter non mollava il suo giocattolo, non poteva mai capire la connessione esistente tra quello e la reazione anomala della padrona. Tutto quello che sapeva invece era che la sua padrona lo stava attaccando, e quindi serrava i muscoli e chiudeva gli occhi cercando di assumere un atteggiamento che potesse placarla. Ma siccome questo non implicava mollare il giocattolo, la padrona continuava ad urlare sempre di più. In seguito, Scooter cominciò a ringhiare quando la padrona lo scrollava  e poi si avventa appena lei si avvicina ad un qualsiasi oggetto che desidera, anche se non lo tiene necessariamente in bocca. E’ davvero impressionante vedere una reazione del genere in un cucciolo così piccolo.
Scooter probabilmente aveva un’ossessione troppo forte verso gli oggetti; ed è anche vero che molti cani non reagiscono aggressivamente alle punizioni, ma i consigli violenti dati ai proprietari non hanno fatto altro che accentuare l’atteggiamento possessivo del cucciolo, che poi lo ha portato alla morte indotta (Patricia McConnel, 2003).
L’aspetto più triste di questa vicenda è che il cucciolo a parte questo neo era estremamente equilibrato con cani e bambini ed era bravissimo al corso di obbedienza: cani possessivi ma con questo profilo in altri settori hanno un grande margine di recupero e imparano a restituire quello che hanno in bocca senza riluttanza. E’ molto più “umano” insegnare al cane che otterrà qualcosa di straordinario quando lascia quello che ha in bocca, in modo da fargli accettare serenamente lo scambio.
Dopo qualche mese di addestramento ricorrendo al rinforzo positivo anziché alla violenza, quasi tutti i cani lasceranno cadere quello che hanno in bocca, anche senza l’uso di un bocconcino. Ed è bene saperlo visto che “il medico pietoso rende la piaga purulenta”.

Il premio ed il rinforzo positivo: cosa sono, cosa significano per il cane e come usarli nel modo giusto.
La funzione del premio in sé è molto semplice: fare capire al cane che siamo contenti di quello che ha fatto. E’ un modo per dire “bravo cane” ad un cucciolo che fa la pipì in strada anziché in casa o ad un cane dopo averglielo chiesto. Per premiare un cane si usa la voce, il cibo, il contatto fisico, dei giochi. La funzione del premio riveste una grande importanza perché una prossima volta il cane ripeterà quella stessa azione che è stata premiata. Questo permette al cane di capire la fondamentale differenza tra cosa ci è gradito e cosa no.
Ma quand’è che il premio diventa rinforzo?
In realtà per indurre il cane a ripetere un certo comportamento, l’obiettivo da raggiungere con il premio non è quello di fare capire al cane che siamo contenti di lui, bensì che attivare quel comportamento è in qualche modo vantaggioso. E’ qui che risiede la differenza tra premio e rinforzo: il primo è qualcosa che si dà al cane, il secondo è qualcosa che il cane vuole ottenere.  Ma deve essere qualcosa che al cane piace ed è molto importante che sia di suo gusto. Dare un bocconcino al cane e vederselo rifiutare significa che il cibo non è rinforzo. Dare un bocconcino al cane e vedere che egli non ripete il comportamento desiderato non è rinforzo.

Il Principio di Premack.
David Premack ,primatologo nel corso degli anni Sessanta ha compiuto degli studi sul condizionamento e sul rinforzo e ha condotto in seguito degli esperimenti. Uno di questi presenta una situazione in cui ad un gruppo di bambini viene chiesto di scegliere tra due alternative: mangiare il dolce o giocare con la palla. Alcuni preferirono il dolce e altri il gioco. Il gruppo dei bambini fu poi diviso: al primo gruppo viene messa la condizione di giocare a palla al fine di ottenere il dolce mentre nel secondo gruppo la condizione è l’esatto opposto. Se un bambino vuole giocare deve prima mangiare il dolce. Premack scoprì che solo nei bambini che preferivano il dolce al gioco aumentava la frequenza del gioco stesso. E viceversa solo nei bambini che preferivano giocare a palla aumentava il consumo di dolci. Quindi quei bambini pur di giocare a palla mangiavano più dolci.
Quest’esperimento ha dimostrato come un comportamento può rinforzare un altro.
In termini scientifici il principio di Premack propugna che:

“un comportamento esibito a maggiore frequenza o probabilità tende a rinforzare comportamenti esibiti a minore frequenza/probabilità
o anche
Per ogni coppia di risposte, quella indipendentemente più probabile rinforzerà quella meno probabile.”

Tale principio funziona anche al contrario: un comportamento meno frequente/probabile punisce un comportamento meno frequente/probabile.

Ma cosa significa tutto questo nella vita del cane, nell’educazione e nell’addestramento? Che tanto per cominciare non siamo costretti ad utilizzare la pallina o il cibo come rinforzo.
Per esempio prendiamo un cane al quale viene chiesto di sedersi per agganciargli il guinzaglio al collare. L’uscire dalla porta rinforzerà l’atto del sedersi.
Se un cane patisce l’auto ad esempio e dopo averlo richiamato gli si chiede di entrare in macchina questo comportamento verrà “punito”, quindi salire in auto diventerà un comportamento meno probabile. Correre invece liberi al parco invece lo rinforza! Seguire un cane che tira al guinzaglio è un rinforzo, perché egli ottiene ciò che vuole e cioè andare dove gli pare.
Un comportamento quindi può rinforzare o punire il comportamento precedente: è bene saperlo perché nell’addestramento le implicazioni sono impressionanti.

Il rinforzo giusto al momento giusto.
Anche una volta capita la differenza tra premio e rinforzo non è sempre facile capire cosa voglia il cane. Un cane che normalmente adora il formaggio può snobbarlo del tutto quando vede altri cani. Può amare smodatamente la pallina, ma con il caldo magari preferisce stare disteso all’ombra. E’ molto coccolone, ma quando riporta la pallina si divincola dal nostro abbraccio.
Usare bene il rinforzo implica anche capire a seconda delle situazioni cosa voglia il cane.
Una volta saputo cosa vuole il cane lo si può usare per fare in modo che ripeta un certo comportamento, rinforzando al momento giusto: cioè quando il cane fa esattamente ciò che vogliamo. Il cane si siede? Carezza e bocconcino. Il cane tira al guinzaglio. Fermarsi. Smette di tirare?Ricominciare a camminare. Più si è accurati nella scelta del rinforzo e nel momento in cui si applica, più sarà facile per il cane capire che le due cose sono collegate.

La punizione.
La punizione notoriamente serve ad insegnare come comportarsi nel modo giusto, inibendo i comportamenti sbagliati. Magari un cane può assumere dei comportamenti che nel mondo canino sarebbero ineccepibili, ma nel mondo umano sono al bando. Facciamo un esempio. Un cane che salta addosso ad una persona sta salutando in modo tipicamente canino: mette il suo muso contro l’altro e lo ricopre di leccate. Questo comportamento è scorretto ma è spiacevole e anche pericoloso se il cane è di taglia grande e si appoggia ad un bambino o un anziano. Sgridare il cane è il modo più diffuso per insegnare la differenza tra i comportamenti graditi e quelli sgraditi. Il problema è che spesso il problema non si risolve affatto.
La punizione serve però a qualcosa: l’effetto immediato è l’interruzione del comportamento sgradito. Il cane smette di fare quel che stava facendo e assume un atteggiamento di sottomissione. Ma se noi stiamo pensando di insegnare al cane ciò che è corretto e cosa no, per il cane questa punizione è solo una dimostrazione della nostra superiorità su di lui, ma non altro, per cui per evitare un conflitto, egli assume una posizione sottomessa. Quindi gli unici effetti sicuri della punizione sono impressionare e inibire il cane.
Il cane non ha però imparato cosa è giusto fare e cosa no. Sicuramente non ripeterà il suo atteggiamento in nostra presenza, ma ci riproverà alla prima occasione quando non saremo presenti.
Con la punizione il cane impara che ad un certo atto corrisponde un effetto spiacevole, ma bisogna punire il cane solo nel momento preciso in cui sbaglia. Inoltre bisogna sempre dare un’alternativa al cane. Se quello che sta facendo non è giusto, cosa invece gli è permesso di fare? Per esempio dare un osso di gomma da mordicchiare al posto delle pantofole.  Punire un cane quando esiste un’alternativa diventa solo uno sfogo emotivo ed un abuso.
Bisogna anche tenere conto del fatto che a differenza degli esseri umani, i cani non possono dare un giudizio morale al proprio comportamento: per loro i concetti giusto e sbagliato non esistono. Per il cane esistono due concetti chiave: cosa è vantaggioso e cosa è svantaggioso. Una punizione funziona solo se un comportamento diventa svantaggioso.
Un cane che ringhia ad esempio, viene sgridato. Ma spesso il risultato è solo l’inibizione dei segnali di minaccia, con il rischio che il cane possa attaccare senza preavviso oppure aumentare la situazione di stress del cane, con aggiunta di ansia e aggressività. Invece di punire bisogna premiare un comportamento alternativo.
Se un cane manifesta un comportamento aggressivo, bisogna insegnargli a rimanere calmo e premiarlo per questo. La soluzione è nell’agire sulla causa e non sull’effetto, sfruttando la capacità di collaborare del cane.

Le scuole di pensiero: gentile, dura , mista.

a. La scuola gentile.
La scuola gentile nasce negli anni Venti in America e in Inghilterra, grazie al grande successo ottenuto dalle gare di obbedienza e all’affermazione della nuova disciplina sportiva dell’agility dog, destinate non solo alle razze notoriamente da utilità e difesa, ma a tutte le razze di cani, anche cuccioli.
Queste nuove presenze hanno posto la necessità di un cambiamento nell’approccio dell’addestramento. Il fine non era più quello di ottenere dei risultati a qualunque costo e il più in fretta possibile, ma l’idea era quella di addestrare il cane di casa, il cucciolo.
Furono allora introdotti i premi al posto delle punizioni; l’apprendimento passa attraverso stadi diversi: la motivazione, il rinforzo, il condizionamento selettivo. Interagendo normalmente con l’uomo e con l’ambiente il cane sceglie di volta in volta la risposta che è più vantaggiosa.
La nuova filosofia propone di premiare il comportamento gradito e di ignorare quello sgradito, per cui il cane imparerà a riconoscere e a preferire alcuni comportamenti associandoli poi ad un comando.

b. La scuola “dura”.

La filosofia della scuola dura è che il cane deve obbedire. E basta. Il cane viene continuamente punito se non esegue l’esercizio richiesto o se lo esegue in modo errato.
L’apprendimento passa attraverso due fasi: l’impostazione e la fase di correzione, in cui il cane viene punito ogni qualvolta sbaglia. Viene però anche premiato quando agisce in modo corretto.
Il cane quindi viene messo in condizione di non poter fare altro che quello che gli viene richiesto. Punirlo quando sbaglia finchè non impara che solo obbedendo evita la punizione.

c. La scuola mista.
Questa filosofia è al corrente dei vantaggi dell’approccio gentile, ma rimane comunque convinto dell’importanza di una prova di forza, della sottomissione del cane, della correzione ai fini dell’obbedienza. Quindi pur approvando la motivazione e i metodi gentili essa fa comunque uso di metodi coercitivi. Essa quindi confonde l’apprendimento con la gerarchia.  Ottenere l’obbedienza del cane è apprendimento, cioè il cane deve aver imparato cosa significa quell’ordine, deve sapere cosa fare. Ma anche se il cane fa qualcosa, non è detto che abbia capito. E viceversa, un cane che non fa qualcosa potrebbe non aver capito, e non vuol dire necessariamente che non ci rispetta.
In effetti ottenere che il cane obbedisca in qualsivoglia situazione è anche questione di gerarchia. Ma cos’è la gerarchia? Il cane come animale sociale vive in branco, che può anche non essere composto da soggetti della stessa specie. Il gruppo, come ogni società, per essere ben regolato e organizzato deve darsi una gerarchia precisa. Non possono coesistere due componenti di pari livello, ma deve esistere sempre un primo ed un secondo. E’ logico che le posizioni privilegiate sono molto ambite, e si lotta per ottenerle. La posizione più adatta ad un cane che deve convivere in un branco umano non deve essere mai la prima. Vale a dire che il padrone deve assumere la posizione di leader, che con coerenza e intelligenza provvede al benessere del suo branco.
Essere leader implica non picchiare o sgridare mai il cane. Pensare di doverlo fare, dimostra che non siamo affatto il capo branco. Il cane deve rispettare il leader e non averne paura. Essere autoritari è una questione di testa e non di braccia.

Il fenomeno Clicker Training
Dopo aver spopolato in America, il clicker training ha conquistato anche l’Italia. Ma che cos’è il clicker training?
Il termine clicker training è stato coniato da Karen Pryor, che ha contribuito a divulgare l’efficacia di questo metodo applicandolo nell’addestramento cinofilo.
Il clicker training è un metodo di addestramento assolutamente gentile, basato sul principio del condizionamento operante,elaborato da B.F. Skinner, il cui unico strumento è una scatoletta di plastica contenente al suo interno una linguetta di metallo che, se toccata, emette un “click”.

Il condizionamento operante.
Insieme a Edward Lee Thorndike (1874-1949), Frederic Burrhus Skinner (1904-1990) condusse degli esperimenti volti a verificare le corrispondenze tra comportamento e conseguenze nell’ambiente studiando anche la capacità di apprendimento degli animali. Entrambi misero a punto delle situazioni sperimentali; il metodo di Skinner però era più affidabile riguardo l’affidabilità dei risultati e il controllo sperimentale.
Skinner operò tramite una particolare Skinner-box, una gabbia in cui era situata un’apparecchiatura che forniva all’animale una ricompensa, o meglio un “rinforzo” che consisteva in acqua, cibo o nella possibilità di evitare un intervento punitivo, che veniva elargita nel momento in cui l’animale (topi o piccioni) azionavano un meccanismo apposito detto “operandum” come una leva od un bottone. Il soggetto introdotto nella Skinner box nel suo potersi muovere liberamente andrà casualmente a toccare l’operandum che provoca la presentazione di un rinforzo. Per la legge dell’effetto allora questo aumenta la possibilità che venga ripetuta la risposta che ha provocato il precedente rinforzo, in quanto dopo il primo il comportamento dell’animale è cambiato, si è orientato verso l’operandum per ricevere il premio. Il rinforzo quindi fa si che il comportamento che lo ha preceduto diventi immediatamente più probabile rispetto agli altri comportamenti possibili; questo aumento di probabilità si traduce in pratica in un incremento della frequenza di risposta.
Sulla base di questi studi, Skinner quindi mise a punto la sua teoria del condizionamento operante. Secondo Skinner esistono due classi diverse di comportamento: il comportamento “rispondente”, che comprende tutte le classi di risposte,condizionate o incondizionate,provocate da stimoli conosciuti che precedono quel comportamento, e il comportamento “operante” che riguarda tutte quelle risposte emesse liberamente e in modo indipendente da stimoli identificabili, risposte che possono essere rafforzate o indebolite a seconda delle conseguenze che producono sull’ambiente.
E’ quindi un comportamento operante quello di un topo che posto in una gabbia apprende che muovendo una levetta otterrà del cibo e quindi la continuerà a premere perché “rinforzato” dalle conseguenze di questa sua azione.

Prime applicazioni del condizionamento operante.
Keller e Marian Breland, allievi di Skinner nel 1943 parteciparono negli Stati Uniti ad un progetto denominato “Pelikan” finalizzato all’addestramento di piccioni per scopi bellici, mettendo in pratica la teoria del condizionamento operante. Alla fine della guerra, verso la metà degli anni Cinquanta, i coniugi Breland e Bob Bailey hanno unito le loro conoscenze scientifiche applicandole all’addestramento di più di 140 specie diverse di uccelli e mammiferi, tra cui anche delfini e balene e questo senza ricorrere ad alcuna forma di coercizione. Essi si possono senza dubbio definire i pionieri dell’addestramento basato sul condizionamento operante che si diffonde a macchia d’olio soprattutto tra gli addestratori di animali che non possono essere costretti ad eseguire degli esercizi, come i delfini e gli uccelli.
Nel 1984 Karen Pryor etologa ed addestratrice pubblica un libro di grande successo: “Don’t shoot the dog” (non sparate al cane) che permette al grande pubblico di venire a conoscenza dei metodi basati sul condizionamento operante, che diventano popolari soprattutto grazie ad uno strumento rivoluzionario: il clicker.

 

Dr.ssa Alessandra Ferrara – tesi di laurea in psicologia della comunicazione – “La comprensione delle differenze filogenetiche tra l’uomo ed il cane domestico ai fini di una efficace interazione comunicativa”

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